Bibliografia

2008
Catalogo mostra Galleria Eclettica: “Esiti Cromatici”

2012
Catalogo “Lo stato dell’Arte” – 54. Esposizione d’ Arte della Biennale di Venezia – Padiglione Italia

2015
Catalogo XVII Premio di pittura Vittorio Viviani – Nova Milanese

2016
Catalogo XVIII Premio di pittura Vittorio Viviani – Nova Milanese

2017
Catalogo XIX Premio di pittura Vittorio Viviani – Nova Milanese
Catalogo mostra “Periferie Urbane Periferie Umane” – U.C.A.I. Unione Cattolica Artisti Italiani – Sezione di Milano

Testi critici

Dust Bowl

I graffi fanno male. Lacerano la superficie e penetrano nella carne . Sono sottili come tagli di coltello .
La pittura di Claudio Verganti non si sutura. La pelle dei suoi quadri è attraversata da lunghe falde che si snodano come crepacci nella roccia. C’è qualcosa di biologico o geologico.
Gallerie scavate nella materia, nella sabbia, come arterie per il passaggio di uno sciame minerario o di un liquor cerebrale.
Come scriveva Gillo Dorfles, in un bellissimo testo del 1951 sugli artisti MAC, il Movimento Arte Concreta, pubblicato a corredo di una mostra alla Galleria Bompiani, il modulo grafico, ovvero l’esito astratto, non dimentica mai il suo principio vitale, il suo “progenitore” reale. “Potremmo veder affiorare – sosteneva -la forma ameboide d’una cellula, gli aspetti di strane strutture organiche. Potremmo assistere cioè alla proiezione di archètipi formativi restati a lungo inutilizzati, e che oggi riappaiono, diventando i generatori di nuovi spunti plastici”. In sostanza, la memoria della terra vibra in sottotraccia anche quando il segno sembra viaggiare libero da ogni riferimento figurale.
Non a caso, Claudio Verganti usa pigmenti e polveri, iuta e bitumi; innesti vegetali e minerali con cui impasta paesaggi sospesi in una dimensione trascendente. Verganti ha un sesto senso per i valori espressivi della pasta, che si stratifica sul piano. “Haute pates” , le “paste alte” , le aveva battezzate Tàpies quando-per primo dopo Fautrier-cominciò a mescolare sabbie,colore e leganti sintetici. Il rilievo tridimensionale dava corpo a pensieri sofferti e a messaggi potenti.
Dubuffet sperimentò lo stesso linguaggio, con esiti acri camuffati di falsa allegria. Ma la materia, ferita da squarci, da
labirinti del cuore, non è mai allegra. Più si somma, più lievita e più nasconde moti profondi, inquietudini sismiche.
Verganti recupera questa lezione storica, di scuola francese, sposandola a un’esperienza italiana, quella dell’ultimo naturalismo di Arcangeli e Testori. Il famoso “naturalismo di partecipazione”.
La sua formazione si nutre infatti dei classici del dopoguerra, delle esperienze informali di Pompilio Mandelli, Alfredo Chighine o Piero Giunni, tutti sedotti dallo stesso verbo naturalista tradotto nella germinazione pulsante di una pittura di ispirazione selvatica. Nel caso di Verganti tuttavia, l’umidità del suolo, i muschi (morlottiani), il fango, la neve, si sciolgono su territori più aspri, deserti spaccati dall’arsura. Nelle opere degli esordi, i reticoli e le scacchiere di colori
stesi a campi compatti,ricordavano gli appezzamenti di una campagna marchigiana, una sorta di trasposizione a colori degli scatti di Giacomelli, Ma il rigore di quelle geometrie aeree ha lasciato presto il posto a una nuova riflessione sulla zolla che si sgretola. L’orizzonte (forse mediterraneo…) abbacinato da un sole rosso, da “diaframmi fantasma” nel mirino degli occhi, è diventato sempre più lontano e velato, avvolto da una foschia, una tempesta di sabbia sollevata da una superficie asciutta, una “dust bowl” (la spaventosa “conca di polvere” delle lande americane), scagliatasi su vaste pianure esposte ad arature violente.
Ma attenzione, la violenza nell’opera di Verganti, non è mai plateale, scorre in sottotraccia agli urti, alle lacerazioni,
alle esplosioni della materia. Non c’è l’urlo di Vedova. Non c’è la rabbia di Moreni. E’ una violenza segnica affilatissima, quasi calligrafica,che disegna sentieri neri come tatuaggi sottopelle. Brucia, ma non affonda. Scotta.
Nei lavori recenti, dell’ultimo biennio, quel contrasto fra bianco e nero, luce e ombra affiorato già da tempo, si è acuito, si è graficamente inspessito fino ad evocare macchie tetre come la pece, colature, dripping di terra e magma. Il risultato è un paesaggio esistenziale, il riflesso di un luogo dell’anima che non ha dimenticato le grandi croci nere, le impronte cupe, le “x” marchiate “a fuoco” sulla tela come sigilli(altra citazione colta da Tàpies…), ma le ha sciolte, liquefatte, smaterializzate in una nuova prospettiva sospesa a picco sul canyon, dove la bufera di sabbia avanza e frulla fino a confondere, come in un miraggio, ogni fragile linea di confine.

Chiara Gatti

Si entra “dentro”, nella pittura densa e pastosa di Claudio Verganti. Per poi farsi risucchiare, affascinare, soggiogare da spatolate di colore che il più delle volte s’incendiano, sgomitano, collidono fra loro. Squarci di giallo, arancio e ocra illuminano “cromoterapeuticamente” ogni tela. E anche quando a imporsi è l’inchiostro blu della notte, ecco giungere la luce sottoforma di carezze e graffi d’oro. Altrove, invece, il flusso cromatico si muove sottopelle come nebbia, foschia. Il Segno, in questo caso, cede il passo al Sogno. Verganti, sempre e comunque, affida alla fisicità del colore il compito di esprimere se stesso nel modo più efficace, liberatorio e persuasivo possibile, esaltando con ogni singolo colpo di spatola una consistenza carica di elementi evocativi. Nel suo gesto pittorico inequivocabilmente Informale, che cattura l’espressività del segno e il dinamismo dei piani sovrapposti, affiorano la polimatericità di Roberto Crippa (certe mezze sfere dense e magmatiche sembrano citare il Rocks Sun dello spazialista), le masse cromatiche di Alfredo Chighine, le consunzioni straordinariamente espressive di Alberto Burri (spesso, per dare più “spessore” ai quadri, Verganti inserisce frammenti di sacchi di juta che si imbevono di colore). E proprio la juta, di volta in volta, si trasforma in striscia di terra, isola, skyline, addirittura profilo e sembianza umana. La figurazione, all’improvviso, sembra avere la meglio sull’informale. In realtà, l’una non può prescindere dall’altro. L’una “cerca” l’altro: puntando su quella stessa materia che il critico Carlo Giulio Argan, dialogando d’arte Informale, ebbe modo di definire «estremamente sensibile, come carne viva, capace di cantare e trattenere le sensazioni più labili, le impressioni più fugaci, le più segrete palpitazioni dell’essere».

Stefano Bianchi

Il segnoimmagine cromomateriale di Claudio Verganti
Dallo sviluppo geometrico a un’espressione più libera, fino all’esuberanza del segno e della materia: così possiamo sintetizzare il punto d’arrivo -ma non definitivo- della produzione artistica di Claudio Verganti.

Il colore ha assunto un’importanza via via cruciale nei lavori degli ultimi due anni, dove le masse cromatiche hanno abbandonato il precedente schematismo per farsi rigoglio del segno e della materia, ma senza il furor d’impasti cromatici e concrezioni materiche, senza grida, anzi con la “forza tranquilla” di un pittore che s’è ormai lasciato alle spalle le antiche coordinazioni in direzione di nuovi approdi.

C’è più libertà, ora, nella pittura di Claudio Verganti, di quanta ve ne fosse prima. Persino quando lui cerca di tenere tutto sotto controllo (vedi i “solchi” nelle serie delle Composizioni cromatiche 2016), secondo un lavoro graduale scandito dal gesto (bitume e successivi interventi con il colore) che inizia con la preparazione del fondo e prosegue con gli “scavi” su cui il bitume apre la strada al colore.

E’ una libertà che porta a nessun dove, anche se in realtà abitiamo sempre nella pittura, perché forse mai come in questo caso Verganti ci dà un’interpretazione del linguaggio della pittura (anche) attraverso i materiali i più grossolani, che si aggiungono ai frammenti di juta -che già conoscevamo dalla sua precedente produzione- e ai pezzi di giornale e alla sabbia, vera novità della sua ultima serie pittorica.

C’è più libertà perché ora il gesto e il segno si uniscono al materiale e il colore assume un’importanza cruciale, al punto che in merito alla pittura di Claudio Verganti, artista alieno dal figurativo (se intendiamo per “figurativo” la raffigurazione di immagini familiari del mondo esterno, reale o della fantasia), potremmo parlare di pittura del segnoimmagine, laddove l’immagine raffigurata è già pregna di valori segnici, mentre il colore si situa idealmente sul piano fra la visione e la materia, per un’estetica di masse cromatiche e direzioni segniche che si riverbera nelle ultimissime Composizioni cromatiche di Claudio Verganti.

Sì, Wols, Mathieu, Tachisme e Lyrical Abstraction, perfino qualche cenno di Gutaï magari limitatamente a certe tendenze d’un Saburo Mirakami, ma queste recondit(issim)e armonie cedono il passo qui all’ingresso del materiale, che con il colore realizza un andamento speculare: materia cromatica quando s’incastra nel colore disteso con la spatola e cromia materica quando il colore riverbera intorno ai solchi e ai confini tracciati dal bitume sulla superficie pittorica.

Il risultato? Complessi volumetrici di cromia e materiale, il cui dinamismo è bloccato nell’eternità dell’attimo della composizione. Fisso e sussistente.

Vediamo elementi preternaturali, affabulazioni verbovisuali, alfabeti cromatici o anche “solo” accenti, che in realtà sono il cuore pulsante delle volumetrie segniche delle Composizioni cromatiche di Claudio Verganti.

Accenti per cui, come si diceva sopra, il colore di Verganti diventa l’elemento mediano fra visione e materia, laddove per “visione” intendiamo quel-che-c’è-da-vedere secondo il personalissimo punto di vista dell’osservatore, il rappresentato, il visto, che è il tutto-e-niente dei personalissimi e soggettivissimi moti dell’animo di chi guarda.

Emanuele Beluffi


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